La regola dell'equilibrio

Ognuno di noi, negli anni, crea un personaggio di sé stesso. Uno con cui identificarci, che corrisponda a un’idea positiva di noi stessi, che racchiude le qualità che ci piace pensare di avere [….] In questo caso è accaduto – sembra – qualcosa che ti fa dubitare della corrispondenza tra la realtà ed il personaggio cui ti piace assomigliare. Ecco perché avverti questo senso di spaesamento.” In buona sostanza, nella vita decidiamo di adeguarci a un ideale, e se la realtà ci sembra allontanarcene, la cosa ci spiazza.

 

Sarà che ho letto questo libro nel periodo della mia vita più “ricettivo” per un discorso del genere, ma mi è piaciuto davvero molto. La storia narrata, il racconto, è in secondo piano rispetto a tutta una serie di riflessioni e considerazioni (una delle quali è quella che ho appena riportato) sull’etica, sulla giustizia, sulla legge, e sul fatto che spesso esse non sono dalla stessa parte. Uno può essere immorale, ma stare perfettamente all’interno del perimetro della legalità, o della giustizia che dir si voglia (anche se ho forti dubbi sul fatto che legalità e giustizia siano la stessa cosa, pur se dovrebbero, idealmente).

Purtroppo spesso lo stare all’interno del perimetro della legge produce in certe persone l’autoconvincimento di essere nel giusto: “Chi mente a sé stesso e presta ascolto alle proprie menzogne arriva al punto di non distinguere più la verità, né in sé stesso, né intorno a sé”. Non ci vuole niente. Basta un avvocato immorale, come ce ne sono tanti in giro, che dia le dritte giuste, ed ecco che scatta la spirale perversa. Questa è una delle questioni fondamentali che emergono nel libro: un avvocato deve limitarsi ad usare la legge per ottenere la massima utilità per il proprio cliente, oppure deve anche considerare la moralità dei comportamenti? Guerrieri sceglie la seconda strada (anche io avrei fatto lo stesso); qualche avvocato di mia conoscenza purtroppo no, ma questa è un’altra storia.