Il digital divide nella scuola italiana

Pubblico un mio commento a margine del modulo La didattica per i nativi digitali: le teorie, il setting e i contenuti digitali, che fa parte del mio Master DOL in Tecnologie per la Didattica cui partecipo presso il Politecnico di Milano:

Io credo brutalmente che sia tutta questione di investimenti e che a volte chi (a livello politico soprattutto) elabora iniziative in tal senso mi dà l'idea di non essere mai entrato non dico in una classe, ma addirittura in una scuola.

Come giustamente più volte evidenziato, il problema non è tanto disporre o meno di strumenti tecnologici, quanto piuttosto quello di trovare chi li usi correttamente. Chi abbia la voglia, il tempo, ma soprattutto la capacità di essere protagonista di questo cambiamento epocale, che se è vero che non sappiamo ancora dove ci porterà, è comunque non evitabile da nessuno.

Se si entra in una scuola (io posso avere come esempio la mia, che è addirittura un istituto tecnico industriale in cui si insegna informatica, ma anche altre in cui vado per corsi, per convegni e quant'altro), ci si rende immediatamente conto del fatto che noi oggi paghiamo le conseguenze di anni di abbandono di ogni politica di investimento nell'istruzione. Investimento non soltanto strutturale nel senso fisico del termine (edifici, apparecchiature, strumenti), ma anche e soprattutto culturale nel senso di formazione di chi oggi dovrebbe di punto in bianco cominciare a fare il tutor o il mentor.

Questo master, molto interessante, dovrebbe essere seguito da tutti i miei colleghi. Di fatto io lo sto seguendo perché me lo pago io e di certo non attingendo allo stipendio che percepisco a scuola, ma alla mia attività professionale che sono costretto a svolgere proprio per esigenze economiche.

Stamattina il mio studio professionale è fermo perché devo svolgere il mio compito, ed anche questo è un costo. Di fatto mi hanno dato (o hanno tentato di darmi) qualche LIM, una linea internet, ma è come se mi avessero messo a disposizione un oggetto da montare (tipo Ikea) senza il manuale di istruzioni, perché quello devo comprarmelo io. Tutto basato, quindi, su una sorta di volontariato. Tutti quelli che a scuola cercano di fare qualcosa di innovativo sono dei volontari del proprio lavoro.

Credo che se non usciamo da questo paradosso non risolviamo mai niente. E quindi non resta, a noi sognatori, che percorrere la nostra strada nonostante tutto, cercando remunerazione non economica (quella purtroppo ci viene da altre fonti) ma professionale, relazionale, emozionale, grazie a coloro per cui noi tutti siamo qui: i nostri studenti.